Calcutta e la sua umanità silenziosa che urla senza parole

Intervista alla professoressa Marilù Pallone, dell'associazione"Mani che aiutano"

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12615623_10207684582299951_5213197254026853154_oMarilù Pallone, docente e angelica creatura per l’aspetto, amante della letteratura e della poesia, elegante e fine nei modi, quasi regale, nasconde un segreto: un’umanità che lascia sconvolti nel vederla all’opera con i suoi capelli biondi e lunghi tra i poveri dell’India, tra gli abusati e maltrattati, i feriti di un Mondo, che si è dimenticato di loro. Una meravigliosa e fragile/forte donna, così come lo era Madre Teresa, ed è proprio che con “le Sisters” di Madre Teresa lei opera, con amore e dedizione.

Le foto, che passano nel suo profilo di Facebook, tracciano solchi di umanità “bruciata” nei volti arsi vivi da altrettanta umanità che ha perso la direzione giusta, una condizione, dove la linea tra carnefice e vittima si perde di continuo, dove la divisione tra classi sociali appare sempre più netta da un marciapiede all’atro della strada.

Marilù si muove in questi spazi di sofferenza, lasciando ciò che lascia a tutti: il dono del guardare dentro, come farebbe un bambino. Non esiste per lei gente buona e gente cattiva, se non si fa il male volutamente, ma guarda alla divinità, che vive nell’uomo, salutando tutti con il “Namasté”.

Eppure, nulla si porta dietro una volta a casa, non racconta nulla di sé, ascolta. La prima volta che la incontrai ebbi la sensazione di non trovarmi davanti a una persona qualunque, ma davanti ad una creatura speciale. Quella strana impressione di conoscere da sempre chi non si è mai incontrato, ha fatto sì che la coinvolgessi in un programma che stavo svolgendo, e da lì la sensazione divenne una realtà dura, per certi versi, da accettare. Le sue mani così curate e i suoi modi raffinati, mai avrei pensato, potessero contenere tanta umanità afflitta. Eppure con il suo “non a me Signore ma a lei…” rende vicina l’immagine di quel mondo martoriato facendolo apparire meno violento, ma pieno d’amore. Quel pensiero che forse ha attraversato Madre Teresa anche nella sua notte oscura dell’anima: l’amore fine a sé, la bellezza là dove non c’è, perché celata agli occhi di un mondo che corre impazzito, aspettandosi in cambio sempre un qualcosa, un tornaconto.

12829016_10208009659386675_2741725239949499682_oMarilù che effetto lascia quest’esperienza nel cuore di un volontario?

Per me quest’anno è stata un’esperienza diversa rispetto gli anni scorsi. L’ennesima volta a Calcutta, mi dava aspettative diverse, e uno stato d’animo provato, di conseguenza mi aspettavo un ritorno di un certo tipo. Non c’è stato, per ciò che desideravo, ma l’esperienza è stata forte come sempre, mi sono ritrovata davanti una creatura di circa 35 anni, arsa nel volto, e con la quale è nato un “dialogo muto”, che urlava tante cose, un incontro con il suo corpo e non solo con la sua anima. Il marito carnefice, la legò ad un albero per non farla scappare e le ha versato addosso acido. Questa donna senza volto, un corpo martoriato, rimaneva sola, nessun altro volontario s’avvicinava a massaggiarla con un unguento. Io mi sono avvicinata per un bisogno mio personale, che cerca il dolore più forte con cui confrontarsi e scontrarsi e forse per lenire il proprio. Mi sono avvicinata e la reazione prevedibile è stata quella di ritrarsi, ma insistendo, le ho accarezzato con il pollice una parte del suo viso, è nata un’intesa comunione di anime. Abbiamo cominciato a riconoscerci con le stesse modalità ogni giorno, il modo di prenderle la mano, e il modo in cui posizionare il pollice tra le dite e il tocco sul suo volto.

Qual è il tuo percorso giornaliero come volontaria?

La mattina mi reco nel centro tubercolotici, nel pomeriggio presto opera nell’Orfanotrofio. L’esperienza di questa donna però è stata molto forte, la violenza sulla donna, argomento che riguarda anche l’Italia, mi ha rimandato durante la festa della Dea della Cultura a Calcutta, di come sia quasi giornaliera sulle donne della Città. Vediamo un capannello di uomini, con altri volontari, e in mezzo una donna piena di sangue che dalla testa le colava sul viso e sulle braccia, mentre rantolava per terra. Mi ha sconvolta la freddezza e l’indifferenza di quest’insieme di uomini fermi senza intervenire. Quando la mia amica volontaria Roberta chiese che cosa stava succedendo, le è stato risposto di non intromettersi, perché il marito della donna, avrebbe preso a bastonate anche noi. La nostra risp12662637_10207784297672773_9031498276927160874_nosta è stata risolutiva, ci siamo avvicinati, pulendole il viso, da cui si vedeva un taglio profondo. Questa donna a terra ci ha ringraziati con il solito saluto Namasté.

Quali progetti sono in atto a Calcutta?

Una dei volontari ha dato vita a un progetto di scuola all’aperto per i bambini e per strada. Lottando tantissimo per attivare lezioni d’inglese e matematica. Finalmente è arrivata una casa dove far entrare gli scolari, un portico in riva al fiume con una tettoia. Un bambino ha ora la possibilità di seguire la strada tracciata da Marta. Esempio in loco di un riferimento culturale forte, che regala ai piccoli una possibilità di vita differente.

Quali sono le altre cose che porti a casa dai tuoi viaggi a Calcutta?

Lo sviluppato senso del tatto nei bambini con grandi deficit mentali e fisici. Loro ti riconoscono e questa cosa arricchisce molto e si ripete ad ogni viaggio.

Marilù, raccontaci come sei arrivata a Calcutta?

La prima volta a Calcutta è stata otto anni fa, sono partita motivata, tra virgolette, da un sano egoismo, avevo necessità di scontrarmi con un dolore grande più del mio, arrivata lì mi sono sentita accolta e ho trovato l’altro me. Le Sisters sono fattive, per loro la preghiera è nell’azione, infatti il loro motto se cosi lo possiamo definire è “pregate di meno e fate di più”, una frase che colpisce, perché è preghiera nelle mani, nel fare ed è ciò che Madre Teresa ha insegnato anche se involontariamente. Le parole devono diventare fatti e invece da noi si fatica, a Calacutta è molto semplice. “Mani che aiutano”, non è solo l’associazione con cui ho iniziato i miei percorsi a Calcutta, è una realtà, non importa il titolo di studio, l’età, lì si fa ed è ciò che si richiede.

“Mani che aiutano”, è un’associazione che ha questo preciso scopo…

La presidente in questo momento è Carmen Felicetti, ma l’associazione nasce dall’idea di un mio ex studente d’Università, Cristian Coppolino, che ho conosciuto durante una seduta di laurea, io ero in commissione. Una tesi quella di Cristian in Antropologia culturale che riportava la sua esperienza di un mese e mezzo nelle tribù di Nairobi con don Battista Cimino (sacerdote missionario) di San Giovanni In Fiore. Rimasi colpita da questa tesi e a fine seduta gli chiesi delle puntualizzazioni e curiosità che mi erano sorte. Mi rispose che sarebbe tornato in India per la sua seconda volta e se volessi seguirlo. Accettai! E da quel momento Cristian e Sergio Molinari, il suo compagno di viaggio, fondarono “Mani che aiutano”.

Scontrarsi con un dolore che reputavi più grande. Calcutta ha confermato queste attese?marilù Pallone

Sono partita la prima volta con una presunzione da Occidentale, piena di sovrastrutture e impalcature, ma classiche per una persona, che va per fare volontariato, ma per poi avere un ritorno interiore, un senso del donare e donarsi, diverso da quello di oggi. Arrivata lì, avevo bisogno di qualcosa di forte, aspettandomi il peggio. Mi scontrai subito con la realtà più triste, che a mio parere poteva esserci: un orfanotrofio, diviso su tre livelli, dove ci sono i bambini sani adottabili e altri bambini con malformazioni di qualsiasi genere. Rimasi in questo centro per una settimana e mi resi conto che non mi bastava. Lì, il vedere quei bambini in quelle condizioni non ha bloccato il mio sano egoismo di cercare sofferenze più forti, per aiutare davvero, avevo bisogno di alleviare il mio dolore, altrimenti sarei stata inefficace per me e per gli altri. Così, andai con estrema paura, anche di infettarmi, all’inizio usavo mascherine, guanti, stando molto attenta, alla tubercolosi, avevo paura anche dei pidocchi. Andai in un centro molto forte nell’impatto con la sofferenza, Brendam. Ho capito lì che il mio dolore potevo affrontarlo, non che fosse minore o maggiore, ma ho trovato gli strumenti per affrontarlo. Non esistono dolori maggiori o minori, Calcutta ti regala la forza per affrontare le problematiche giornaliere che per molti possono essere al pari di quella sofferenza e ferita di quella Terra.  Di certo gli strumenti vengono dalla loro forza di rassegnazione, perché il loro dolore lo vivono in modo diverso da come lo viviamo noi Occidentali. Non esiste il lamento verbale, si vive il dolore in modo intimo e silenzioso, urla ma non è ascoltabile se non diversamente dalle orecchie. Mi ha colpito molto, è stato un pugno nello stomaco; contraddizione vivente contrapposta al frastuono d’inquinamento acustico, che convive nella Città. Questa sofferenza anche nella cura era contenuta, un continuo ringraziare anche se sentivano del male. Purtroppo non hanno alternative, la sanità è privata, e hanno questa necessità del doversi affidare e fidare dell’altro. Trovo in ciò una grande dignità.

E allora Namasté Marilù!!!

ioby Lucia De Cicco

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CircaLucia De Cicco

Pubblicista OdG Calabria - Presidente dell'associazione culturale Nòstos lucia.decicco.70@gmail.com Altri articoli

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