Crotone è la città delle donne più belle al mondo…

La Sila vuol dire una Calabria arroccata, monumentale, selvosa, svettante e scrosciante

Le cinque fanciulle di Crotone da cui Zeusi prese un particolare per dipingere la sua Elena. Dipinto di Eleuterio Pagliano

Oltre alla Scuola pitagorica, alla gloria di Crotone, bisogna aggiungere i fasti della scuola medica crotoniate che portò, ai confini del mondo conosciuto, i nomi di Democede e di Alcmeone il quale trasformò la medicina da arte in scienza: la dissezione del corpo umano, la scoperta della circolazione del sangue, la collocazione nel cervello di ogni attività sensoria ed intellettiva, la teoria umorale.

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E non basta…Crotone è la città più salubre della Magna Grecia dove, secondo il precetto pitagorico, la salute fisica è curata quanto quella dell’ anima; è la città dove si formano gli atleti più rinomati di tutto il mondo ellenico.

E ancora: Crotone è la città delle donne più belle al mondo, quelle che un giorno poseranno nude per il pennello di Zeusi (ritratto di Elena immortale per il Tempio di Hera Lacinia ). Crotone è l’antagonista di Sibari ed ha la responsabilità ,davanti alla storia, della scomparsa di Sibari. Poco tempo dopo, Elea Lucana e Turi tenteranno di succederle nel primato; Elea diventa culla della filosofia eleatica ( patria della geometria razionale, dell’analisi infinitesimale, della dialettica. Turi, sorta sul luogo dell’antica Sibari prenderà il posto di rappresentante di Atene in Occidente. Essa riceverà da Protagora le leggi costitutive della polis, tra le quali una legge atta ad impedire la formazione del latifondo. A Turi giunsero pensatori  come Empedocle, storici come Erodoto, oratori come Lisia, retori e sofisti. Divenne un grande focolaio di cultura.

Sibari, città dello sfarzo, della golosità, della dissolutezza, dell’ empietà. In un secolo e mezzo raccolse nelle sue mura più di  trecentomila abitanti e fu metropoli compresa in una federazione di ben 25 città. La prodigiosa fertilità del suolo le consentì di batter moneta e stipulò un trattato con la jonica Mileto, grazie al quale diventò porto di transito per le merci che i navigatori milesii portavano dai centri dell’Egeo e dell’Asia Minore alle genti dell’Etruria.

L’ impero commerciale dette a Sibari un’enorme opulenza e corruzione; fecero a gara a chi portava le più preziose lane milesie, i più fini tappeti dell’Oriente, i più massicci candelabri d’oro cesellati da orafi etruschi, da chi costruiva le ville più sontuose, ai doni alle cortigiane, alle danzatrici, ai musici.

I sibariti si lasciarono andare alla rovina, affidarono i lavori manuali agli schiavi e agli indigeni, si compiacevano di stare in compagnia dell’etere. Scontò i suoi peccati con la scomparsa dalla terra (ma non dalla storia). Ciò dimostra quanto sia difficile a popoli e ad individui conciliare la fortuna col senso della misura. La caduta di Sibari fu accolta con costernazione da tutto il mondo e, a vibrare il colpo mortale fu Crotone, città greca rivale.

In un giorno del 510 a. C., Milone ebbe un’ idea geniale: per l’ultima volta Crotone e Sibari nel 510 a.C. schierarono i loro i loro eserciti in campo aperto. Milone, il famoso atleta che comandava l’ esercito di Crotone, vestito come un eroe, avvolto da una pelle di leone, armato di mazza ferrata, non fece avanzare la cavalleria della sua città ma un nutrito gruppo di musicanti. Costoro, improvvisamente, attaccarono le arie e, i cavalli sibariti invece di combattere, si misero a volteggiare e a far piroette; la cavalleria di Milone ne approfittò per sfondare. Crotone vinse e il suo fulgore durò ancora cinque secoli. In seguito si produsse il vuoto tra la madrepatria e la Magna Grecia, Atene dopo la guerra persiana acquistò la supremazia sulle altre città greche ed anche sulle città greche della Calabria e della Sicilia.

In quel periodo si faceva sentire la pressione da Nord, dei lucani e dei bruzi e, dopo le guerre puniche, Roma, padrona del mondo, le assoggettò.

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Leonida Repaci

Di tutti i  sangui ereditati dalle varie dominazioni, quello che sentiamo più nostro ci viene dai Bruzi, nostri Padri riconosciuti. E’ un sangue verde e carico di resine, come la linfa che scorre nelle foreste della Sila.

La Sila è per i calabresi ciò che la colonna vertebrale è per il corpo umano. La Sila vuol dire una Calabria arroccata, monumentale, selvosa, svettante e scrosciante. La Sila inserisce nel carattere aperto e immaginoso dei calabresi della costa, l’elemento della fermezza, della tenacia, della riflessione, proprie di chi vive nella solitudine della montagna. Il contrasto tra i monti e il mare, tra un mondo chiuso nella Sila, come una fortezza e un mondo esposto ai traffici ed alle influenze delle civiltà mediterranee  sulla costa, serve a spiegare le differenze di linguaggio, di tradizione, di costumanze, tra i calabresi delle varie zone, tra un nativo di Cosenza e uno di Reggio, tra un pastore della Sila e uno dell’Aspromonte. L’ora storica della Sila, quindi della gente bruzia coincide col decadere della colonizzazione greca.

“Bosco d’Italia”: così la Sila era chiamata dagli antichi. Purtroppo subì millenni di disboscamento e l’ ultima guerra compì un vero atto vandalico sulla gran Selva Brutia, immensa cattedrale di verde, lunga 130 chilometri.

I primi abitatori ne avevano utilizzato il legname per costruire capanne: i  sibariti ne fecero bastimenti da guerra e flottiglie commerciali e così i romani, i normanni, gli svevi, gli angioini e, Gregorio Magno fece costruire le chiese di Roma col legname della Sila. Le ceppaie che sorgono mozze, a fior di terra, indicano che qua e là è stata assassinata una veneranda famiglia di pini giganti, di querce, di faggi, di abeti.

Giustino consegna i Padri Bruzi alla storia rifacendosi a Trogo Pompeo : “Essi allevano i loro figli alla maniera spartana. Da quando i ragazzi raggiungono la pubertà li mandano a fare i pastori sulle montagne, senza servitori, quasi nudi e dormienti all’addiaccio. In tal modo essi induriscono e crescono estranei alle mollezze della città. Quei giovani pastori si nutrono della loro caccia, non hanno per dissetarsi che l’ acqua delle sorgenti e il latte delle greggi. Così si formano alle fatiche e alle privazioni della guerra. Nei momenti di nera rivolta, allorché non si vede più Dio sul proprio capo il pastore si trasforma in brigante, in bandito, in fuorilegge, in re della montagna.

Ci piace come si presentano alla storia i nostri Padri Bruzi : quando capeggiano la prima rivoluzione dei coloni indigeni contro la dominazione pelasgica. Ci piacciono quando, dopo due secoli e mezzo di penetrazione ellenica in Calabria, scendono in guerra contro le colonie greche fiorenti tra Turi e Reggio espugnandole e inserendole nella Confederazione Bretica; quando si schierano contro Roma per impedirle di sostituire la sua egemonia a quella delle città greche sulla Calabria; quando contendono la loro terra all’espansione di Roma, alleandosi con Annibale che poi li farà massacrare per non lasciare vivi, nelle mani dei proconsoli romani, soldati tanto prodi. Grandi le  virtù guerriere dei nostri padri che accettarono virilmente il castigo che Roma inflisse loro dopo la sconfitta di Annibale. Roma li punì severamente e li ridusse in schiavitù, escludendoli dalla cittadinanza romana.

Indomabili i Partigiani bruzi aspettano la Guerra Servile per combattere a fianco di Spartaco. Servi fuggiaschi loro, servo fuggiasco lui, nel cui nome si perpetua l’eterna rivolta degli schiavi, degli oppressi contro la prepotenza sfruttatrice dei padroni.

Spartaco cade sulla via Popilia, alle sorgenti del Silaro e, i partigiani che sfuggono alla morte, ritornano nelle foreste della Sila aspettando di giocare l’estrema carta contro Roma nella battaglia di Porta Collina. Ci piacciono i Padri Bruzi quando fanno la resistenza passiva a Roma, nel periodo bizantino, offrendo tra le loro montagne, un asilo sicuro ai monaci basiliani, scacciati dall’ eresia iconoclasta.

Dall’ ottavo secolo all’undicesimo, la Calabria vede la fioritura di una civiltà monastica unica nel suo genere. E ancora ci piacciono quando, stanchi di essere massacrati, offesi, umiliati dai saraceni, li massacrano a loro volta segnando la fine della dominazione araba in Calabria (sessanta anni prima del Mille).

calabria grande e amara

Ristampa

 (Leonida Repaci  Calabria grande e amara)

La recensione:

http://www.alvolonews.it/quando-fu-il-giorno-della-calabria/

http://www.alvolonews.it/calabria-e-una-categoria-morale-prima-che-unespressione-geografica/

http://www.alvolonews.it/fatti-della-stessa-farina-i-calabresi-sono-impastati-nella-stessa-madia/

 by Carmela Costanzo, autore

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Carmela Costanzo
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Docente - Socia fondatrice dell'Associazione culturale Nòstos - poetessa Altri articoli

1 Commento su Crotone è la città delle donne più belle al mondo…

  1. Aldo Capobianco // 15 maggio 2017 a 17:35 // Rispondi

    Bravissima Leonida Repaci,descrive la grandezza delle città calabre della antica Grecia in modo mirabile ed avvincente,in’orgogliendo gli animi della gente del Sud ,rivelando il loro glorioso passato.

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