Esposizione della personale di Roberto Mendicino a Cerisano, Palazzo Sersale

Paolo Giansiracusa: E' l'immagine della nostra sposa degli anni Quaranta e Cinquanta del Novecento. Sopra il velo bianco una crinolina di tulle, quasi a continuare la fresca permanente dei folti capelli

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L’Intervista a Roberto Mendicino

Esposizione della personale di Roberto Mendicino (insegnante vive a Cerisano da pochi anni, originario di Cosenza) a Cerisano, Palazzo Sersale nei giorni scorsi nei locali della biblioteca dello stesso, che da tempo ospita rassegne e corsi di vario genere, dal professionale all’arte, alla presentazione di mostre fotografiche a presentazione di libri, al ballo, con la co-organizzazione dell’associazione Contaminatori di Positività.cover 1

La mostra dal titolo: “Maschere nel deserto” ha registrato una notevole presenza di visitatori fino a tarda sera. Una mostra quella di Mendicino che ha spaziato dai primi anni della sua formazione, agli anni dell’ispirazione ai classici dell’arte internazionale, fino agli  anni della pittura cupa e ispirata anche al cammino dantesco con la foto che dà alla mostra non il titolo ma la copertina, fino alle maschere nel deserto, queste maschere che emergono dall’appiattimento della scena che a volte cela tra le dune un non comprendere dove sono direzionati i personaggi, che la compongono e che sono quasi in contrasto con il tutto, in rilievo con la stessa immagine di fondo.

Vediamo che dicono delle sue opere alcuni pareri autorevoli tra cui anche esperti di spiritualità. Perché le immagini di Roberto non sono mai tristi fine a sé o colorate e dinamiche per se stesse, ma contengono sempre dei messaggi, che possono arrivare a chi le osserva a seconda del proprio stato d’animo, alcuni flash importanti della propria esistenza e degli eventi del mondo.

Ricordo chiaramente che l’immagine della cover della mostra, mi colpì molto, quando per la prima volta la vidi in web, per una sua particolare accoglienza e freddezza, un’informale accettazione delle cose del mondo. Era un particolare momento in cui insistentemente passava l’immagine del bimbo profugo bocconi nella sabbia. Questa donna, una Madonna, mi diede l’impressione dell’Europa anche per colori e forme in tutte dodici, che mi apparvero come su una scacchiera, che in realtà non c’è, ma che rapportai alla vita alle mosse strategiche di accoglienza, che forse un’Europa Unita dovrebbe adottare per tener tra le braccia e in vita i figli che vogliono edialogo 2ntrarvi. Quella macchia rossa data dalla maglietta del bimbo, mi dava consolazione e tristezza al tempo stesso, per gli avvenimenti, ma avendo problemi anche di vista allontanandomi osservandola, vedevo nella maglia rossa un cuore, il cuore che forse un’Europa dovrebbe avere più passionale, in un abbraccio materno, poi ho scoperto che il volto della donna è il volto della madre dell’Artista.

L’autore sono certa avesse in mente altro, ma il bello dell’arte consiste nel riuscire a portar fuori in chi l’osserva un ‘emozione, che non sempre corrisponde alla realtà vissuta dall’artista e rappresentata se non in parte.

 Adesso seguono alcune critiche su un livello spirituale  e artistico fornite all’artista da vari cultori ed esperti d’arte.

 “Il portatore, olio su tela, 80×80, 2016″ ultima opera dell’artista

“Tensione tra verità e ambiguità, volutamente creata dal rosso dominante che avvolge i “protagonisti” in tutte le sue sfumature: la figura del “portatore”, il paesaggio ove essa viene a collocarsi, la maschera. L’uomo e la sua esistenza, proiettato costantemente verso il futuro ma comunque vincolato ad un passato che emerge costante, poiché ogni presente porta con sé ciò che è stato. Un tono a prima vista crepuscolare e a tratti faticoso, ma che nel contempo potrebbe esulare da ogni afflato nostalgico o da qualsivoglia malinconica quiete che le luci dell’alba e del tramonto sono pronte ad emanare. Allora tutta la scena sembra animarsi a puro gioco, un trastullo dell’esistenza e ironicamente con l’esistenza: è la vita stessa che diventa gioco, dove la maschera apparentemente deposta, emerge prepotente in una silenziosa celia.”

(Rolando Mendicino teologo)

mostra Vergine Sposa col Bambino (il quadro di cui vi parlavo sopra)

“Raffigurando la maternità della Madre di Gesù, il dipinto mette in rilievo la sponsalità divina di Maria: Maria è vergine-madre-sposa, in lei l’arcaico desiderio dell’incontro dell’umano con il divino diviene realtà laddove l’umanità incontra intimamente la divinità; la Vergine Maria è Madre di Dio e nel contempo è “sponsa Dei”, sposa di Dio: non sposa del Padre o del Verbo o dello Spirito Santo: essa è sposa di Dio, perché è Dio Padre e Figlio e Spirito Santo che viene in lei, nella sua vita di donna capace di maternità. Dando alla Vergine il volto della propria madre terrena, che non c’è più, il pittore cerca di riscattare la precaria umanità servendosi di Colei che della Vita è divenuta eternamente madre.” (Rolando Mendicino, teologo).

Sempre sullo stesso quadro altre recensioni:

“L’immagine della Vergine Sposa con in braccio il Bambino, icona alquanto inconsueta nella tradizione classica italiana, a dir poco unica, trova, invece riscontro e prende forma, nella pittura di Roberto Mendicino. L’opera rappresenta uno spazio aperto dentro il quale la figura in primo piano è quella della Vergine Sposa con il Bambino, mentre sullo sfondo quasi a delimitare la linea dell’orizzonte si erge un edificio cultuale; nel mezzo quasi a dover sottolineare una prospettiva simbolica, trovano collocazione, dodici figure femminili, inanimate, leggere, eteree, dodici per l’appunto come le stelle della corona della Vergine. Sebbene l’immagine in primo piano sia nitida, l’atmosfera intorno è irrealmente silenziosa, univoca. Sia per l’immediatezza espressiva, che per i diversi simboli usati all’interno del dipinto, è facile collocare l’opera del pittore Mendicino verso la pittura Metafisica di Giorgio de Chirico, al quale egli si ispira. Gli elementi visibilmente costanti dello schema divulgativo, sono riscontrabili nell’espressione del viso della Vergine madre e sposa; i tre tipi di linee: ascendenti, orizzontali e discendenti, ossia il sorriso, la serenità e il pianto. La preferenza cromatica della triade (bianco, nero, rosso) anch’essa non casuale, simboleggia come nella tradizione iconografica, il bianco: la purezza, la neve; il nero: la notte, la tristezza, la solitudine, la morte; il rosso: il sangue, la vita e l’intensità della stessa.” (dottoressa Giusy De Iacovo).

 

E’ l’immagine della nostra sposa degli anni Quaranta e Cinquanta del Novecento. Sopra il velo bianco una crinolina di tulle, quasi a continuare la fresca permanente dei folti capelli. Lo sguardo impaurito rivolto al fotografo diventa icona di Maria, una Madre con l’agnello sacrificale tra le braccia. Il sangue del martirio è sul lato del cuore. In fondo lo spazio assente, metafisico, freddo, di una società indifferente.” (Paolo Giansiracusa, Docente Ordinario di Storia dell’Arte, Accademia di Belle Arti di Catania).

 

20160507_194451 Roberto Mendicino, sai bene che alla cover della mostra ho dato la mia personale interpretazione, ma l’idea qual era?

Ognuno dà all’opera dell’artista la propria ispirazione, anche se c’è una verità oggettiva che è data dall’artista. Il tema della mostra e forse anche dell’opera è il tema del deserto, che a volte è oggettivamente il deserto, altre volte è una parodia di altro, ricorrono le maschere, i volti che a volte sono anche delle maschere. Questa immagine è una vergine sposa, Maria, a livello iconografico Maria sposa non è mai stata rappresentata se non nello sposalizio ma mai come ho fatto io il connubio diretto con Dio e il figlio.

 La maschera è difficile trovarla nel deserto, intesa proprio come un mascheramento come in una di queste opere…

 Rappresenta una rottura tra il contesto solitario dato dal deserto e la maschera, che va a contrastare con il tutto rappresentando una rottura degli schemi come nel quadro “Maschere a san Marco”.

Il deserto invece non con i suoi tipici colori, ma sul blu…

 Uno in particolare ritrae, Dante e Virgilio e l’arbusto che sembra un’effige di donna, ma è Pier delle Vigne che viene trasformato in arbusto ramificato. (attorno dune azzurre )

 Dal primo quadro di quando avevi quindici anni, anche se figurista ritorni al colore con l’ultima opera esposta sui toni dell’arancio, perché?

Qualcuno me lo ha fatto notare, è verissimo, gli stessi toni caldi dei miei inizi anche se diverso il carattere dei miei quadri. Nei primi anni più tecnica, prospemostra 2ttiva e figure.

 Una serie di serigrafie anche in questa mostra…

Una produzione che va dal 1995 al 2015. Nelle serigrafie uso una tecnica a punti con delle macchie di acquerello, ora mi sto dedicando ad altro come si può notare dal mio ultimo quadro “Il portatore, olio su tela, 80×80, 2016″.

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Intervista a Roberto Mendicino

By Lucia De Cicco

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CircaLucia De Cicco

Pubblicista OdG Calabria - Presidente dell'associazione culturale Nòstos lucia.decicco.70@gmail.com Altri articoli

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