Grotta e Natura nell’esperienza di santità di San Francesco da Paola

Francesco non sdegna il lavoro ma rispetta i meccanismi naturali capendone le reali possibilità d'inserimento del materialismo avanzante

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Il Santo calabrese, amava il silenzio della sua cella, tanto che se ne dà testimonianza nei processi per la sua canonizzazione. A volte, però se il tempo lo permetteva, lo afferma padre Leonardo Barbier, nel processo di Tours, egli si portava nell’orto per zapparvi tutto il giorno e nei momenti di stanchezza aveva di lì accanto una grotta, ben esposta al sole come un girasole, coperta da salici, ove si ritirava, anche in preghiera, davanti a un crocefisso, e poi nel silenzio della notte, senza farsi vedere da nessuno, tornava nella sua cella.

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La grotta del giovane Francesco

Attesta nel processo cosentino il teste n. 4 ‹‹Dovunque andava, specialmente dove c’era acqua, pietre e zona deserta, edificava monasteri››.

Quanta incidenza abbia avuto la vita eremitica nella vita del Santo, lo testimonia monsignor Caracciolo, arcivescovo di Cosenza, nella sua relazione di Roma, all’epoca del Santo e riferendosi ai frati di Paola: ‹‹Costoro (…) non mangiano carni, uova e ogni specie di latticini, ma si servono solo di cibi quaresimali; vanno scalzi con sandali e un’unica tunica o tunicella (…) e dormono sopra la paglia con stuoie››.

Nell’incontro con il messo papale, mandato a verificare la rigorosità della vita del Santo e davanti a padre Scozzetta, che lo aveva affrontato in quei di Paterno per la sua vita rigida non adatta ai frati, Francesco prende nelle mani nude fuoco, tenendolo a lungo e dandone ragione: ‹‹Chi ama Dio con cuore puro, tutte le cose create gli obbediscono››. Inoltre afferma: ‹‹Non sapete che a coloro, che servono perfettamente Dio e mettono in pratica i suoi precetti, anche le erbe manifestano il loro potere?›› Facendo riferimento al colloquio avuto con un prete di fuori, che lo interrogò su donde sapesse o avesse appreso del potere curativo delle erbe, che distribuiva agli ammalati, che accorrevano a lui.

Una delle grotte ove i frati pregavano

Una delle grotte dove i frati pregavano

Possiamo affermare che l’esperienza della grotta, calava Francesco nel cuore del suo tempo, tanto da trovarsi a proprio agio, sia con il re sia con il contadino. La vita contemplativa, l’ascesi verso un torrente, i modi di vita austeri rappresentavano una predica vivente, senza proferire parole nel silenzio e armonia assoluta del Creato; scrive il suo primo biografo: ‹‹La sua vita austera era per noi una predica salutare, si studiava di mangiare poco, di dormir poco, e insieme di lavorar molto, far molto, pregare e contemplare››. Una predica fatta di esempi di vita.

Nel Santo giorno della cena del Signore, il Santo Paolano (come si legge nelle cronache del suo tempo) tormentato da una febbre, convocati a sé i frati, dal braciere, mentre discorreva con loro, si sprigionò una fiamma che invase la panca dove sedeva, egli prendendo tra le mani il fuoco affermò: ‹‹In verità vi dico che non è più difficile per chi ama mantenere fede a ciò che ha promesso a Dio che a me tenere in mano questo fuoco››.

Nei processi si legge: ‹‹sempre dormiva supra de una tabula et con uno tigulo et andava sempre scalso per boschi, et lochi aspri et che mai fo visto, magnare et sempre andao con uno habito lacerato supra le carni››. La scelta di questa sobrietà appartiene ad una educazione interiore senza compromessi, strumento di grande consapevolezza e maturità, che faceva in modo che ogni giorno sempre più gente si avvicinasse a questo Sant’uomo, tanto da far città il deserto attorno alla sua grotta e rendere deserto la città, come afferma il Toscano.

La Pietra del miracolo

La Pietra del miracolo

Francesco ricalca fedelmente la regola dettata dalla vita francescana e dal suo fondatore San Francesco d’Assisi. Rivolgendosi ad una grossa pietra che stava precipitando a valle dice: ‹‹sorella mia, dove vai?›› E quella pietra s’arrestò.

Amava gli animali, ad alcune persone che gli avevano recato in dono alcuni pesci, infilati per il collo, dice, facendoli rivivere: ‹‹Perché avete posto in prigione questi poveretti?››.

Emblema della grazia e del rapporto privilegiato, che Francesco ha con la natura è il suo passaggio sullo stretto di Messina a bordo del suo mantello, dopo l’egoismo di un secco no da parte di un barcaiolo. Così come intima ad un asino di restituire i ferri al maniscalco avaro.

Ciò che colpisce di questo modo di essere oltre che di vivere in Francesco non è tanto l’opporsi all’avanzare della modernità, dell’industrializzazione, quanto, invece, l’opposizione all’egoismo dell’essere umano (negazione in termine) che è andato a intaccare le basi dell’equilibrio tra natura e uomo a favore di un materialismo imperante, che violenta la stessa natura e ne compromette l’equilibrio, oltre che il recar danno all’uomo.

Francesco non sdegna il lavoro come abbiamo visto, ma rispetta i meccanismi naturali capendone le reali possibilità d’inserimento del materialismo avanzante. Troviamo in alcune deposizioni, come quella del canonico, Carlo de Pirro, questa affermazione: ‹‹andava sempre a piedi con la zappa ed estraeva pietre e, tuttavia, le sue mani sembravano più belle delle mani di qualunque grande signore››.

Tratto da: Giuseppe Fiorini Morosini, L’esperienza della grotta nella spiritualità di S. Francesco di Paola, Paola 1988 (quaderni “Minimi” di spiritualità)

San Francisco mio ti priegu c’unna granne divuzioni e ppe’ chiri tridici diuni chi facie l’orazione

San Franciscu San Franciscu Giardinieri de Gesù Cristu

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Servizio by Lucia De Cicco

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Pubblicista OdG Calabria - Presidente dell'associazione culturale Nòstos lucia.decicco.70@gmail.com Altri articoli

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