Il mite canto delle ginestre di Francesca Misasi

Contributo : intervista di Enzo Farina, vincitore del concorso legato alla presentazione de "Il mite canto delle ginestre"

Nella silloge “Il mite canto delle ginestre” di Francesca Misasi, una delle parole più frequenti e che ricorre in quasi tutte le liriche e nei titoli delle stesse è  ” vita ” e suoi derivati, nonostante una certa malinconia di fondo ripercorra il testo poetico. 

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Vita come vivere, rivivere, ma vita anche legata ad altre parole che forse ne sono l’espressione più  concreta come: mare, luna, sole, susseguirsi di stagioni e treni in partenza…

Vita anche come vento, altra parola ricorrente che scuote e fa fluttuare verso la terra, parola ancora che troviamo, le foglie, che come lame di bronzo portano lontano, assieme al vento, il canto delle ginestre e il canto delle sue donne, che ne raccolgono, dritti steli rigidi ad ” infiorare ” di scelte difficili come Eva e i suoi figli, i doni che le attendono.

Vita ancora in chiaro/scuro, da bere, come nuova speranza. Vita come giardino in un immenso roseto ad assaporare il frutto proibito della scelta.

Vita come scelta coraggiosa, lo stesso coraggio che l’ autrice si è dato a cercare lavoro altrove, vincitrice di un concorso pubblico nelle scuole. Difficile lasciare la propria terra, il proprio mare, la gente calda e accogliente, le belle ginestre…

Scelta coraggio da Eva ai giorni nostri, appesa a un  filo, ancora a tracimare nel dare e prendere vita. Nell’inganno giornaliero, che rinnega l’ animo e perde il suo Paradiso nell’ aggrapparsi ad un effimero amore, che coglie l’ attimo e si scioglie come neve al sole.

Vita di uomo, che reclama un caffè senza rendersi conto della magia, che ha attorno. Lo rende ancor più profumato la donna, mentre la moca borbotta sulla fiamma e l’ amore? Esso si è già disperso lentamente nel continuo vagare di mille frammenti racchiusi in un attimo d’ eterno:” Noi “. Forse mai stato, ma che continua a vivere. 

Eppur se l’ amore si disperde esiste e sussiste un continuo germogliare nei giardini dell’ esistenza portata dal vento.

Altro tema caro all’ autrice è la donna a 360gradi, sfaccettature di vita anche dolorosa. 

Indifferenza, castigo,violenza, abbandono, oblio dalla storia stessa, storia di cui ha fatto e fa parte. 

Le liriche più personali, in cui Francesca Misasi si ripercorre sono fatte di addii, attese, parole, persone, viaggio, tanto camminare costretto da porte serrate, saltelli con balzelli di pazienza e un destino, a volte, beffardo, che lascia tanti ricordi come orme sulla sabbia di gazzella in continuo affanno…

Una nota speciale merita “Hanno ucciso la madre di Caino”. Lirica colma di sana consapevolezza che attraversa la storia di guerra intrapresa dall’uomo dalla Terra Promessa ai “Cento Passi” di cambiamento e speranza fatta esplodere tra colli e verde arso da rovi senza more…e mentre Abele legge e ascolta musica per non sentire sé ed è immobile per non morire…

L’ultima parte della silloge è dedicata al Mondo che ci circonda che passa attraverso le immagini liquide del web e della TV e altri media che affollano le nostre fragili “vite”. Isole che camminano tra le altre isole in schermi asserviti.  

Altra nota va a “Bambini in Siria” lirica di denuncia in cui bambini dormono sonni in letti di macerie. E il silenzio su di essi ripiegato, da ali di angeli che li respingono, imposto dai potenti.

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“Migranti” con i novelli Caifa che decidono il loro andare da Erode a Pilato, vagare di giorni cristallizzati.  Mi riporta alla mente un articolo di Mauro Leonardi, che fa notare come Caifa sacrificando il bene delle persone,  colpendo qualcuno, in effetti, distrusse l’ Istituzione con l’ intento di proteggere ciò e che sentiva minacciato dal cambiamento (in Giov  11.50).

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Piccole stelle che punteggiano ricordi e stagioni, irraggiungibili per l’ uomo, che pur se venendo da esse può solo contemplarle e inevitabilmente, invidiandole, non può tornare a casa, egli frammento batterico di esse.

Francesca Misasi è una scrittrice e poetessa del Cosentino, che oggi vive sull’ Ionio. Dirigente scolastica nel vicentino, lascia la sua terra anni orsono, per insegnare. Tutta la sua vita si svolge nel Nord Italia lontano dalla Calabria per farvi ritorno solo da pochi anni. Invogliata da Giovanna Azzarone, altra poetessa e scrittrice pluripremiata e dall’ editore Sonia Demurtas pubblica la sua silloge ” Il mite canto delle ginestre “.

 

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Enzo Farina è un medico nefrologo che ha come passione la poesia. Vincitore di alcuni concorsi anche fuori regione, come Lombardia, Puglia e Lazio coniuga le due attività facendo di entrambe una continua ricerca umana. Di fatti ritira sempre i suoi premi anche fuori regione. Per incontrare altri poeti e per rispetto dell’organizzazione.

Enzo Farina, come coniuga la sua attività di poeta a quella di medico, soprattutto oggi che la medicina è tecnologica?

Io trovo sempre ispirazione in ciò che ho attorno e anche se l’attività medica diviene sempre più tecnologica si deve lasciare spazio all’umanità. Umanità nel rapporto con il paziente. Le due attività penso abbiano alla base: l’ umanità. La poesia è cura dell’anima e essere medico per me è anche questo, cura dell’animo del paziente mediante l’ ascolto e l’ accoglienza nel limite del possibile richiesto alla professione.

Che cosa offre la poesia che non trova in altri ambienti?

È un’esigenza dell’animo, un impulso che ci porta ad esprimere ciò che sta dentro di noi. Una soddisfazione anche condividere con gli altri questi sentimenti  e poi, se verrò premiato o apprezzato, ciò aggiunge un qualcosa in più a voler continuare a farlo.

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by Lucia De Cicco, giornalista pubblicista, ODG Calabria 

 

 

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Lucia De Cicco
CircaLucia De Cicco

Pubblicista OdG Calabria - Presidente dell'associazione culturale Nòstos Altri articoli

1 Commento su Il mite canto delle ginestre di Francesca Misasi

  1. Brava Lucia

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