Lavoro nero in agricoltura

Oltre il 30% dei prodotti agroalimentari consumati in Italia sono stati coltivati all’estero

Motivi economici sono spesso alla base di comportamenti illegali orientati al profitto. La tendenza al lavoro illecito si riscontra nella produzione di alimenti che viaggiano a livello globale, sfruttando l’inadeguatezza della disciplina di molti paesi; territori dove il reclutamento della manodopera non risponde ai canoni della legalità, non vengono risparmiati i minori e spesso i lavoratori sono tratti in schiavitù in campi di concentramento (da ricordare i laogai in Cina).                                                              

Oltre il 30% dei prodotti agroalimentari consumati in Italia sono stati coltivati all’estero. Coldiretti stima che quasi un prodotto su cinque che arriva sulle nostre tavole dall’estero non rispetti le normative in materia di tutela dei lavoratori, a partire  da quella del caporalato, vigenti ora in Italia, che sono disattese soprattutto in Asia, Sud-America, Africa. Tutto ciò nell’indifferenza delle Istituzioni nazionali che alimentano il commercio dei frutti dello sfruttamento.                                                                  

Riso, conserve di pomodoro, olio d’oliva, ortofrutta fresca e trasformata, zucchero di canna, olio di palma sono prodotti stranieri che arrivano in Italia sottocosto, spesso frutto di un caporalato invisibile che avviene in paesi lontani. Paesi dove viene sfruttato il lavoro minorile in agricoltura, circa 100 milioni di bambini, di operai sottopagati, di detenuti, di veri e propri schiavi.                                 

Da considerare i danni causati dall’uso sconsiderato di erbicidi e antiparassitari, da anni vietati in Europa, alla salute dei lavoratori e all’ambiente. Un primo esempio è rappresentato dalle conserve di pomodoro. E’ boom  per gli arrivi di pomodoro dalla Cina, al centro delle critiche internazionali per il fenomeno dei laogai, i campi agricoli lager, ancora attivi nonostante l’annuncio della loro chiusura. Nel 2016 sono aumentate del 43% le importazioni di concentrato di pomodoro dal paese asiatico che hanno raggiunto circa 100 milioni di chili. C’è il rischio che il concentrato di pomodoro cinese venga spacciato come Made in Italy sui mercati nazionali ed esteri, per la mancanza dell’obbligo di indicare in etichetta la provenienza. Mai così tanto prodotto straniero è arrivato in Italia come nel 2016, con una vera invasione da Oriente da cui proviene quasi la metà delle importazioni. Il trend si estende anche a livello comunitario: 1.380.000 tonnellate di riso lavorato, 370 mila dai Paesi meno avanzati. Ormai i due terzi delle importazioni, precisa la Coldiretti, non pagano dazi a causa dell’introduzione da parte dell’UE del sistema tariffario agevolato per i paesi che operano in regime EBA (TUTTO TRANNE ARMI) a dazio O. Una misura che finisce per favorire le multinazionali del commercio, senza ricadute concrete sugli agricoltori locali. Le importazioni di olio di palma ad uso alimentare ha raggiunto in Italia, nel 2016, 500 milioni di chili che sta causando il disboscamento di vaste foreste e lo sfruttamento del lavoro delle popolazioni locali, private di qualsiasi diritto. Trattative in corso per i prodotti frutticoli con i paesi del Mercosur (Argentina, Brasile, Paraguay, Uruguay) e con l’Egitto. Le fragole dell’Egitto entrano nella black list, elaborata da Coldiretti, dei cibi più contaminati per residui chimici; la medesima situazione per le arance e le melagrane. L’Italia ha fatto scattare, nel 2005, l’obbligo di indicare la zona di mungitura o la stalla di provenienza per il latte fresco e l’obbligo di etichetta per il pollo Made in Italy; per altri tipi di carne si è dovuto attendere il 2013, dopo l’entrata in vigore del Regolamento n. 1159/2011. Il prossimo passo è l’entrata in vigore dell’obbligo di indicare l’origine del grano impiegato nella pasta come previsto nello schema di decreto che introduce l’indicazione obbligatoria dell’origine del grano impiegato nella pasta. Molto resta ancora da fare e l’etichetta resta anonima: dai succhi di frutti ai salumi, dal concentrato di pomodoro ai sughi pronti, dall’ortofrutta trasformata alla carne di coniglio.nave E’ necessario  che sia resa trasparente l’indicazione dei flussi commerciali con l’indicazione delle aziende che importano materie prime dall’estero e, nello stesso tempo, venga bloccato ogni finanziamento pubblico alle aziende che non valorizzano il vero Made in Italy.                                                                                                                                                    

Il lavoro nero è un fenomeno trasversale e radicato nel mercato del lavoro italiano; è anche una delle ragioni del persistere di forme di arretramento civile ed economico del Paese. Esso riguarda l’Italia nella sua interezza anche se, nel Meridione si conta oltre il 40% del totale dei lavoratori impiegati senza contratto, del Pil sommerso e delle imposte evase. L’agricoltura è certamente il settore più esposto e, il lavoro nero, spesso si combina con il caporalato, sistema di reclutamento e impiego della manodopera, straniera e italiana, a volte di natura transnazionale e legato alla tratta internazionale a scopo di sfruttamento lavorativo che determina l’umiliazione  della dignità del lavoratore, la violazione del relativo contratto di lavoro e delle regole proprie del mercato. Il datore di lavoro, in chiara violazione delle norme vigenti, si avvale di prestazioni in cui vi è una completa mancanza di tutela del lavoratore dal punto di vista amministrativo, previdenziale e assicurativo. Il lavoratore vede il mancato riconoscimento dei suoi diritti che si lega ad una inadeguata valutazione dei rischi del lavoro, anche per la propria salute e al fenomeno delle morti bianche e dello sfruttamento.( Contro il caporalato la legge 199/2016). In alcuni casi il reclutamento dei braccianti da impiegare in agricoltura, in condizioni di sfruttamento lavorativo, avviene anche nei CARA. E’ noto il caso del Cara di Mineo, in Sicilia o di Isola Capo Rizzuto( Kr) dove il reclutamento avviene spesso appena fuori dai cancelli del Centro, ad opera di caporali, forse alle dipendenze di esponenti di clan locali (mafia e ‘ndrangheta). I lavoratori, per circa 10/11 mesi l’anno devono subire condizioni di lavoro drammatiche, subordinazioni e violenze sessuali. Lavorano nelle serre per circa 14 ore al giorno; la paga si aggira intorno a 20 euro. Le condizioni abitative sono carenti, spesso le lavoratrici vivono nello stesso luogo dove lavorano, in situazioni di promiscuità e costrette a pagare perfino l’affitto. Molte di loro diventano oggetto di ricatti sessuali. Condizioni di lavoro nero , spesso associato alla tratta internazionale, emergono in alcuni territori: la Piana di Gioia Tauro, la Capitanata pugliese, la provincia di Latina, Castel Volturno, nel ragusano e in Basilicata, ma anche nelle aree più economicamente sviluppate. In occasione di alcuni episodi, acquistano rilevanza sociale e politica, come la rivolta di Rosarno, nel 2010 o lo sciopero dei braccianti indiani, in provincia di Latina, nel 1016.Più che di casi locati ed isolati, si tratta di un sistema di illegalità e criminalità diffusa, espressione di una relazione strumentale tra mafie autoctone e mafie straniere, tra criminali vari (trafficanti e caporali) e alcuni datori di lavoro.                 

La legge 199 intende riportare legalità all’interno del mondo agricolo, ma bisogna fare rete per ottenere straordinari risultati in tutto il mondo; il sistema rete può combattere soprusi e ingiustizia: Il credo è “unirsi e lottare”. La criminalità organizzata crea paura sociale e, quando le norme non bastano, ci vuole l’idea che rompa la situazione di stallo. La proposta è: erogare il sussidio direttamente al lavoratore. La proposta fa saltare il coacervo di interessi che regna sovrano. Il lavoro non è un’opzione, è una necessità ineliminabile e quindi bisogna far fronte ad istituti sorti in altre epoche, quando si pagava più il non lavoro che il lavoro ( assistenzialismo spinto). Istituzioni settecentesche gestiscono problemi attuali; il giurista deve trovare strumenti adeguati, necessita l’ingegneria giuridica per poter affrontare problematiche di così vasta portata.                      

Il presidente  f.f. del Club per l’Unesco di Roma, avv. Maura Gentile, ha voluto ricordare due importanti personaggi che hanno legato la loro vita all’ambientalismo ed allo sviluppo sostenibile. Rachel  Carson , Pennsylvania, nel suo libro “Primavera silenziosa” (1962) , si interessò dei  problemi causati dall’utilizzo del DDT e di altri pesticidi che intossicavano l’uomo e gli animali. Dopo molte opposizioni il DDT venne messo al bando in USA e in gran parte del mondo occidentale (1970). Ella divenne la bandiera del neonato movimento ambientalista mondiale.                          

George Perkins  Marsh nel suo “Man and Nature” scrisse: l’uomo potrebbe leggere nel paesaggio i pensieri e le azioni per l’ambiente di coloro che l’hanno protetto in precedenza. Egli credeva che gli uomini appartenessero ad una stirpe più elevata del resto della natura e quindi avessero maggiori responsabilità nei confronti dell’aria,  della terra, del suolo. Egli, insieme a Frederik  S .Billings, viene riconosciuto il fondatore del concetto moderno di sviluppo sostenibile. Man and Nature è la sorgente primaria di una legge cruciale per gli USA come il “Forest Reserve Act” (1891).                                 

L’idea di Marsh ha anticipato le teorie moderne di voler unire gli obiettivi ambientali ed economici attraverso lo “ sviluppo economico sostenibile” ed “ il turismo sostenibile “ ( concetti nati alla Conferenza ONU su Ambiente e sviluppo svoltasi a Rio De Janeiro (1992). Tali concetti sono alla base di una serie di progetti per gemellare parchi ed aree protette, cominciando con l’Adirondack  Park, nello stato di New York ed il parco Nazionale d’Abruzzo in Italia.

 leggi pure:

http://www.alvolonews.it/analisi-delle-cause-dello-sfruttamento-femminile-nelle-agromafie/

Roma 4 luglio  2017        

by Carmen Costanzo, autrice                                                    

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Carmela Costanzo
CircaCarmela Costanzo

Docente - Socia fondatrice dell'Associazione culturale Nòstos - poetessa Altri articoli

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