Un tour calabrese…

Cominciammo dall’alto Jonio, dalla zona intorno a Crotone. La Calabria è lunga 150 miglia ma è larga solo 25 nel punto più stretto. Osservandola sulla cartina, al centro si vedono masse di marrone e di verde. La prima città che si vede è Catanzaro, il capoluogo; più su cè Crotone, verso sud-ovest vediamo Vibo Valentia e più giù Reggio Calabria. A nord lo sguardo si ferma su Cosenza che è sepolta dalle montagne. Tutto qui: cinque città e poi tutta una costellazione di paesi e di villaggi e poi due catene montuose verso sud: le Serre e lAspromonte, verso nord: la Sila e il Pollino. Molti secoli fa molti villaggi si spostarono dal mare verso i monti per sfuggire alla invasioni, ora invece, si spostano verso il mare, per sopravvivere economicamente e per fare cassa. E, ai villaggi sono stati aggiunti i nomi Lido o Marina. Nei villaggi sui monti sono rimaste pochissime famiglie che aspettano il ritorno dei figli dal Nord e si odono i passi e le voci dei figli andati via.
Isola Capo Rizzuto
Non è unisola ma un villaggio costruito su una penisola che si trova sullavampiede dellItalia. Qui possiamo immaginare di trovarci di fronte alla mitica isola di Ogigia dove sbarcò Ulisse e dove visse per sette anni con lastuta Calipso dai capelli biondi; la dea era il sogno di ogni padre calabrese. Questo luogo divenne prima un porto greco, poi aragonese, poi normanno. Durante le rivolte agrarie del secondo dopoguerra, era abitato principalmente da contadini. Negli anni 70 si avviò lindustria del turismo; vicinissima è Le Castella, quasi deserta nei mesi invernali ma affollatissima in estate ( un po come alcuni villaggi costieri della Florida come Tarpon Spring o Panama City. Il Castello, circondato dal mare, venne costruito dagli aragonesi tra il 1510 e il 1545 ma si vuole che la torre sia stata costruita da Annibale durante la Seconda Guerra Punica( 218-201a.C). Gli abitanti sono per lo più contadini, pescatori ed alcuni pendolari da Crotone dove lavorano per la Montedison. Le case sono state costruite col tufo, una roccia dura e porosa e si trova lungo la costa tra strati di fango e roccia. I muratori seguono la tradizione vecchia di secoli di unire i blocchi usando largilla. Le bellezze naturali della Calabria sono state spogliate dalla siccità e distrutte dai terremoti; le sue ricchezze saccheggiate da re e baroni e prese a prestito da contadini. Per apprezzare questa terra bisogna ritornare al suo passato, alla sua storia, ai portali del XVIII secolo alle potenti città della Magna Grecia. A sud di Crotone sorge Capo Colonna. Una singola colonna è quanto rimane della città greca di Kroton. Le ultime vestigia del tempio greco di Hera Lacinia, regina degli dei dellOlimpo e moglie e sorella di Zeus, sembra siano ancora più antiche del Partenone. Un tempo quarantotto colonne simili sorreggevano il tempio che poteva essere visto anche dai naviganti che arrivavano dalla Grecia. Allinterno delle rovine i muri erano decorati da disegni a nido dape; vicino alla spiaggia una torre militare immersa nei papaveri rossi che danzavano nel vento. Del tempio forse raso al suolo da un terremoto, è rimasto molto poco, sicuramente anche i contadini hanno portato via i piccoli tesori. Anche la torre militare è stata costruita con i pezzi del tempio (cento anni fa). Accanto, il Santuario della Madonna di Capo Colonna, gli abitanti del luogo avevano preso Hera, la dea delle donne e delle bambine e lavevano trasformata nelle nuove protettrice cattolica.
Crotone Kroton
Fu la prima colonia greca in Italia, fondata dai greci nel 709, incoraggiati dalloracolo di Delfi; fu una fiorente colonia greca, al pari di Sibari, Locri e Reggio. La Calabria non fu mai più una terra così ricca. Due secoli dopo vi si stabilì Pitagora che fu più di un matematico e di un filosofo , fu un leader spirituale e che credeva nellunità della comunità e tracciò i codici di comportamento. Dopo trentanni venne cacciato dalla città e fuggì verso Metaponto. Le colonie greche facevano incursioni e saccheggi l ‘ una contro laltra, Locri attaccò Crotone e, nel 510 a.C. i Crotoniati attaccarono la più potente e ricca Sibari e, con laiuto di Milone, uno dei più grandi atleti olimpionici la rasero al suolo cambiando il corso dei suoi fiumi. Sibari ritornò alla luce solo negli 40 del 900. Nel 206 a.C., durante la 2°Guerra Punica, Annibale fuggì verso Crotone dove si sentiva sicuro e protetto; dopo in po’, i crotonesi che erano stati a lungo fedeli a Roma, lo cacciarono via. Dopo Annibale arrivarono i Longobardi, i Bizantini e, nel 16° secolo, i Normanni che instaurarono il sistema feudale, fino agli anni ’40 del ‘900.Fu proprio in un villaggio di Melissa, nel 1949, che i contadini occuparono il territorio abbandonato di un barone che vantava diritti ancestrali e vennero tutti uccisi dall’esercito sopraggiunto dalla Puglia. Giungemmo a Crotone e attraversammo Piazza Pitagora, qui tutti gli edifici che circondano la piazza hanno dei portici che ricordano quelli di Bologna. Le colonne doriche reggono i portici che offrono rifugio dal sole e dalla pioggia. George Gissing (1897),odiava Crotone e diceva: <che ne è stato di Crotone? Questa piccola e squallida città di oggi non ha mantenuto nulla della sua antichità>. Un tempo le navi portavano cibi e spezie dall’Africa e dall’Asia, oggi prostitute dai paesi dell’ex blocco sovietico. Il Museo archeologico civico è uno dei più moderni musei della Calabria, è ospitato in un castello aragonese restaurato nel 15°e le guide sono giovani e preparate. Qui Gissing si era ammalato gravemente e desiderava tornare a Catanzaro che gli sembrava il paradiso ma, quando si riprese guardò Crotone con occhi nuovi e spesso si affacciava per ascoltare alcuni musicisti che suonavano nella piazza e forse capì anche le difficoltà che i contadini calabresi affrontavano continuamente. Mentre ascoltava la voce piagnucolosa di un contadino, capì che quel lamento veniva dal cuore dell’Italia stessa. Il vino della Calabria ora arriva negli Stati Uniti: i vini rustici dei vigneti dell’area di Cirò- Librandi, Duca di San Felice, Ippolito sono famosi. Le uve vengono raccolte da settembre a novembre e trasformate in nettare fruttato di alto livello. Nati da una combinazione del locale gaglioppo e del greco e miscelati con uve provenienti dalla Toscana. I vini di Cirò sono forti, al primo sorso si possono quasi sentire gli antichi vitigni che escono dal suolo battuto dal vento della Calabria. Subito dopo il sapore di pesca e di mandorle raggiunge la lingua. Sono vini forti e la percentuale di alcol è del 14,5 per cento. Come molte città calabresi della costa anche Cirò è formata da due città: Cirò Superiore e Cirò Inferiore. Lasciandoci il mare e i vigneti alle spalle, lungo una strada ripida e tortuosa arrivammo al Castello del 16° secolo, molto ben tenuto ma dagli interstizi delle pietre grigie uscivano erbacce e tutte le case su quel lato erano state costruite direttamente sul muro del castello così ogni casa aveva solo tre lati con le finestre. Durante il viaggio Giuseppe mi parlò dell’amore di mio padre per i fichi; raccogliemmo fichi maturi da diversi filari di alberi. Con la preparazione del pane, la vista di Gimigliano e la raccolta di fichi, Giuseppe mi mostrava le necessità basilari della vita. Gli alberi di fico crescono quasi dappertutto, in Calabria. Lungo le colline, sui monti, nelle valli, persino tra le pietre dei muri di palazzi abbandonati. Le loro radici cercano qualsiasi traccia d’acqua. Furono i Greci a introdurre il frutto in Italia e, a loro volta lo avevano portato dall’Asia Minore. La Calabria è la seconda regione produttrice, dopo la Campania. Norman Douglas era meravigliato dell’esistenza di così tante varietà di fichi, ne contò almeno otto tipi neri e otto bianchi; il più comune è il dottato.
Corigliano Calabro Un castello aragonese domina il popoloso villaggio di montagna di Corigliano Calabro; questa città è stata poco colpita dai terremoti che hanno continuamente sconvolto il resto della Calabria. La piccola città di Douglas, ” le cui piccole case civettuole sorgono tra le falde delle colline”, è molto ben tenuta; le strade sono ricoperte da acciottolato e i palazzi sono chiusi con pesanti porte che sembrano medievali. Accanto al castello la chiesa bizantina di San Pietro e, in un angolo della chiesa c’era un tunnel ed una porta che collegava il castello alla chiesa. La sposa attraversava quella porta per andare al castello, la prima notte; il duca aveva il diritto di trascorrere la prima notte di nozze con tutte le spose del villaggio.

Rossano
A mezz’ora da lì c’è Rossano, una città molto antica che copre perfettamente un altipiano, è una città di montagna che sembra stare appesa tra le nuvole. Dalla base della montagna rossa spuntano fichi e mandorli ma, sulla cima dell’altopiano il rosso si schiarisce fino a diventare color sabbia come la chiesa del 6° secolo di San Marco, uno dei tesori bizantini del sud Italia. L’episcopio ospita il museo diocesano e custodisce gelosamente il Codex Purpureus (il manoscritto del 6° sec. è una copia dei Vangeli di San Matteo e di San Marco). Le cime aspre e bianche di neve del Pollino penetrano le nubi. Significano la fine della Calabria a nord e l’inizio della Basilicata. Lì Cerchiara, il posto più a nord, giace accoccolata tra le montagne e sovrasta una delle colline alla base del monte Sellaro. sotto di noi si apre il baratro dell’ Abisso del Bifurto che, con i suoi 600 metri è tra i più profondi d’Italia. Oltre quella montagna c’è la Basilicata. Continuammo a salire finchè raggiungemmo il Santuario di Santa Maria delle Armi. All’interno la Cappella con un Crocifisso occupava una posizione di secondo piano rispetto a un dipinto della Vergine Maria. L’altare era stato scavato nella roccia. In una seconda cappella veniva custodita l’Achiropita, un’opera d’arte creata da mano divina. In un tabernacolo d’argento erano raffigurati due angeli che reggevano una lastra d’argento lunga 25 cm.; in realtà era una pietra che recava impressa un’immagine, l’Achiropita. L’immagine raffigurante la Vergine Maria sembrava una striscia con i colori dell’arcobaleno creata dall’acqua corrente. La leggenda narra che un pastore trovò questa pietra nel 1450, il santuario fu costruito due secoli dopo.
Sibari: la città perduta Gissing e Douglas hanno cercato la leggendaria città di Sibari e chiedevano ai pastori, agli abitanti dei villaggi, agli storici locali ma ripartirono delusi e si convinsero che la città fosse solo un mito. I sibariti vivevano in una tale opulenza da essere invidiati da tutta la Magna Grecia. Nel 510 a.C. i crotoniati invasero la città, la saccheggiarono e la rasero al suolo. Gli abitanti fuggirono in un villaggio di montagna che, secondo gli storici, corrisponderebbe all’attuale Corigliano Calabro. I crotoniati deviarono il corso del fiume Crati e sommersero la città. Sibari rimase solo un nome in una leggenda. Nel 190 a.C., con l’aiuto dei Romani, si riuscì a ricostruire la città, chiamata Copia che sopravvisse fino al VI secolo d.C. quando una epidemia di malaria spazzò via la popolazione. Ora fichi e ulivi circondano le rovine dell’anfiteatro di Copia. Sotto la direzione dell’archeologo Umberto Zanotti Bianco, nel 1932, cominciarono le ricerche approfondite, ancora in corso. Spezzano Albanese
E’ il secondo più grande tra una dozzina di villaggi albanesi in Calabria. Dopo la conquista dell’Albania, da parte dei Turchi, alla fine del 15°sec., centinaia di albanesi greco-ortodossi abbandonarono la loro madrepatria e, attraverso il mare Adriatico approdarono in Puglia. Poi arrivarono sulle montagne isolate della Calabria, dove si stabilirono e dove parlano ancora oggi la loro lingua antica che ha incorporato così tante parole locali da essere considerato un dialetto italiano. Sono noti come arbereshe e, sebbene integrati nella società italiana, mantengono i loro costumi (nel cibo, nelle chiese e nelle usanze religiose). Ogni città in Calabria era stata, un tempo, una città-stato e la sua lingua era un insieme di greco, albanese ,ebraico ,francese.
Maida Paese d’origine di Gay Telese il quale nel suo libro : Ai figli dei figli, mi aveva offerto un fugace veduta della Calabria e degli italo-americani di discendenza calabrese. Mi aveva fornito gli strumenti per capire i miei nonni e mi aveva spronato ad esplorare il lato italiano della mia personalità. Maida rappresentò l’ultimo baluardo della resistenza contro i francesi durante il loro breve dominio del Regno delle Due Sicilie. Nel 1806 i Borboni avevano chiesto agli Inglesi di aiutarli a riconquistare la loro terra dai Francesi. Gli Inglesi, sebbene inferiori di numero, batterono i Francesi durante la battaglia di Maida ( provò che l’esercito di Napoleone poteva essere sconfitto). Talese era riuscito a rintracciare le prove della partecipazione dei suoi antenati alla battaglia e, come immigrato di prima generazione , aveva potuto consultare i cugini ancora viventi in Italia e conoscere le storie del passato della loro famiglia. Tra le dolci colline di uliveti riposava quieta la città color sabbia di Maida, con il suo castello normanno, un tempo possente e che ora sembrava solo un cappello poggiato su un capo tra spalle incurvate.
Tiriolo
La strada di ritorno a Gimigliano passava attraverso Tiriolo, la città sorella di Gimigliano ma più benestante; è un po’ più piccola ma gode di maggiori bellezze. Sorge su un promontorio mozzafiato dal quale si vedono i due mari e le strade sono piene di bar, gioiellerie, ristoranti e poi è il posto dove acquistare scialli di seta e tovagliame. Entrambi i paesi sono noti per le donne ottuagenarie vestite con i costumi tipici ma diversi: il costume gimiglianese, nero con i ricami neri sul corsetto su una blusa bianca; il costume tiriolese è tessuto con colori vivaci rosso e verde. Tiriolo è molto famosa anche perché molti studiosi pensano che lì sia avvenuto il matrimonio tra Ulisse e Nausicaa. Negli anni ’90., nella piazza del paese fu eretta una statua che raffigura l’incontro tra i due amanti. Decidemmo poi di intraprendere la rotta seguita da Enea durante il suo viaggio dalla Grecia. Dal mare vedeva le colonne di Caulonia e la città di Scylaceum (Squillace). Ma navigò alla larga da questa città perché sapeva che i venti aspri e la pioggia distruggevano le navi che si avvicinavano alla costa. In alto, sulla città di Squillace sorge un castello normanno, distrutto in gran parte dal terremoto del 1783. La città diede i natali a Cassiodoro (480-575), poeta e segretario dell’imperatore bizantino Teodorico. Egli era un aristocratico e costruì un monastero in cui i monaci copiavano e conservavano i testi di filosofia, di teologia e di scienza. Attraversammo il” quartiere dei Giudei ” caratterizzato da tanti negozi di ceramiche. La porcellana di Squillace riflette il colore delle terre circostanti. I vasai usano il blu brillante del mare, il verde e il giallo dei pesci. Il colore base è un rosso leggero, quasi rosa; i colori non sono forti come quelli dell’Umbria e le linee poco definite tendono a confondersi l’una con l’altro. La Calabria continuava a mostrarmi il prospetto di una terra di cose fatte a mano
Catanzaro E’ la seconda città più grande della Calabria ed è sede della Regione. Fu costruita tra il nono e il decimo secolo su una cresta di roccia che sorge sulla parte più meridionale del massiccio della Sila. La posizione ha fatto sì che la città subisse la devastazione di terremoti e frane, ma l’ha protetta lungo i secoli dagli invasori. Un tempo era una bella e prospera città bizantina ma i terremoti hanno eroso il suo glorioso passato architettonico. La città è collassata su se stessa, nuovi edifici sono sorti sullo stesso luogo di quelli distrutti , ma l’impianto labirintico della città e le strade tortuose sono rimaste. La strada principale, Corso Mazzini è una serpentina che striscia lungo lo stretto crinale della montagna. La strada principale per raggiungere la città è costituita da una serie di ponti sospesi. Il Ponte Morandi unisce la rupe di Catanzaro ad un’altra rupe più bassa, fu costruito nel 1967 ed è un orgoglio per la Calabria: è il primo ponte ad arcata unica d’Italia e il secondo d’Europa. Una rete di ponti sospesi consente l’accesso da Catanzaro Lido .
Cosenza Un tempo i fiumi Crati e Busento correvano lungo le valli e poi si univano. In quel punto, il popolo indigeno della Calabria, i Bretti, fondarono Cosenza che divenne la loro capitale. Quando i Greci colonizzarono la Magna Grecia, sottrassero ai Bretti il controllo della città. In seguito i Romani cominciarono a spostarsi in Calabria, si insediarono nel luogo dove sorge l’attuale Cosenza e costruirono la città romana. Dopo il sacco di Roma, Alarico il Visigoto lasciò la città nel 410 d.C. per recarsi in Sicilia dove pensava di stabilirsi definitivamente. Con un convoglio di soldati che trasportavano l’oro, attraversò la Sila e, quando vide la magica Cosenza, si innamorò del luogo e rimase lì per mesi. Poi si ammalò, forse di malaria e ordinò, prima di morire, di seppellire tutti i suoi averi alla confluenza dei fiumi. Il tesoro venne dimenticato per mille anni e, nel Medio Evo si fecero tentativi di deviare il corso dei fiumi per cercare il tesoro. Non venne trovato nulla. Decisi di visitare l’Università della Calabria: costruita negli anni ’70 sulla sommità di una montagnola aveva una strana struttura; era lunga e stretta, con palazzi attaccati gli uni agli altri come le carrozze di un treno. Sembrava mimare la forma della Calabria. Come molte città meridionali, Cosenza deve la sua forma ai Greci. I Romani ricostruirono la città nelle sue linee originarie e i Normanni e gli Angioini costruirono sulla città romana. Cosenza crebbe e prosperò durante il medioevo. Nel 1509 Cosenza diede i natali a Bernardino Telesio, forse il più celebre filosofo calabrese che portò l’illuminismo dalla Calabria al resto d’Italia. La crescita di Cosenza si arrestò quando i Borbone presero il controllo del sud Italia, tagliandolo fuori dal rinascimento che il resto d’Italia viveva in quel periodo. La Cattedrale è un edificio gotico distrutto dal terremoto nel 1184 e ricostruito da Federico II nel periodo in cui stava costruendo il castello normanno che troneggia sopra la città. Cosenza è aggrappata sui tre lati della montagna ed è sovrastata dalla nuova città che riempie la vallata e si srotola sui fianchi dei cinque colli.
Pizzo Pizzo ora è nota più per il gelato che per l’industria peschiera. Persino la fabbrica locale di tonno in scatola Nostromo è stata comprata e spostata in Spagna dove il lavoro costa meno. La piazza di Pizzo è dominata da un castello normanno, costruito nel 1486 da Ferdinando d’Aragona. Durante il breve periodo in cui regnò nel sud Italia, Napoleone affidò la regione a suo cognato Gioacchino Murat, un sovrano che stabilì delle regole molto rigide contro il tradimento, punibile con la morte. Gay Talese, nel suo “Ai figli dei figli” descrisse molto bene la fine del Regno di Murat. Mentre Napoleone era concentrato su Waterloo, i Borbone, con l’aiuto degli inglesi, si erano ripresi il Regno delle Due Sicilie. Murat, sicuro che la gente di Calabria ancora lo stimasse, salpò dalla Corsica per reclamare il trono che era stato preso dagli Spagnoli. Marciò verso la città con gli speroni d’oro che luccicavano e tintinnavano ad ogni passo. Ma gli abitanti della città si beffarono di lui dicendo che il re era Ferdinando. Murat corse verso la spiaggia e mentre cercava di salire sulla barca rimase impigliato con uno dei suoi speroni d’oro. fu portato nel castello e processato per tradimento; fu applicata la sua stessa legge. Un po’ più a nord di Pizzo la Chiesa di Piedigrotta. Secondo la leggenda, nel ‘700 una nave fece naufragio contro le rocce e affondò ma i marinai riuscirono a salvarsi e a raggiungere a nuoto la riva. Videro una grotta illuminata dagli ultimi raggi del sole. Quando entrarono nella grotta i marinai scolpirono delle statue come ringraziamento per la loro salvezza. Le statue sono in tufo e gesso , sono di diversa altezza: alcune ad altezza naturale, altre sono miniature e rappresentano scene bibliche. Tra due stalattiti c’è l’altare. Un dipinto raffigura la Madonna che allatta ed è appeso dietro l’altare. Una piccola ragazza di pietra, che indossa abiti da contadina, è inginocchiata ai piedi della Vergine.
Tropea E’ la Positano di Capo Vaticano, svetta sulla cima di una rupe che sporge sul mare. E’ la principale destinazione turistica della Calabria, fu fondata durante l’Impero Romano ma il suo impianto urbano è interamente normanno e aragonese. Un’isola di roccia si erge alla sinistra di Tropea e sulla cima c’è il santuario medievale di Santa Maria dell’Isola. La strada lungo la provinciale offre l’accesso a residenze private nascoste da cespugli e da alberi ad alto fusto. qui gli elicotteri sorvegliano e i militari pattugliano per proteggere personaggi molto in vista della politica e dell’industria.
Reggio Calabria Situata sulla punta dell’Italia che guarda verso la Sicilia è la città più grande della Calabria, è stata una città povera per molto tempo. Gran parte della città è stata rasa al suolo dal terremoto del 1908 come Messina, a due miglia oltre lo stretto che, però, venne ricostruita velocemente e in maniera migliore. Tutte le brochure della Calabria mostrano quattro aspetti: acque azzurre che lambiscono le coste rocciose ; tramonti su montagne coperte di foreste; una treccia di peperoncini rossi e i bronzei guerrieri di Riace scoperti da un sub nel 1972, a duecento metri dalla costa di Riace. Nel Museo Archeologico Nazionale di Reggio Calabria, su due piedistalli, si erge l’orgoglio della Calabria. Sono guerrieri di un’era in cui i Greci colonizzarono Reggio che si chiamava Rhegion. Reggio è rinomata per la sua passeggiata con l’incredibile vista delle luci di Messina. Un tempo si credeva che nello stretto ci fosse una città sommersa e che in determinate ore la si potesse vedere emergere. Questa illusione ottica venne notata anche da Re Artù che, si dice, fosse rimasto ipnotizzato da Reggio. E’ nota come Fata Morgana, nome attribuito alla sorella del Re, Morgan le Fay, che si cimentava in stregoneria. Se si guarda attraverso lo stretto, con la corretta posizione del sole e la giusta quantità di ceneri dell’Etna, fluttuanti nel cielo, emerge una città luccicante( in realtà è il riflesso di Messina).
Giuseppe Musolino E’ un nome che ogni calabrese ricorda con orgoglio, era un brigante dei primi del Novecento molto amato dalla gente e molto temuto dal governo e dall’esercito. Santo Stefano è il paese natale di Musolino. Per saperne di più Mark decise di conoscere i luoghi impervi e i villaggi dell’Aspromonte. Musolino non era un ladro, prendeva solo ai padroni quello che loro avevano preso ai contadini. Andava dappertutto, attraversava le montagne e portava aiuti a tutti i poveri bisognosi. Quando prendeva qualcosa da mangiare, un fico per esempio, lasciava i soldi nascondendoli nel tronco o magari appesi a un ramo. Lungo la strada, una formazione rocciosa chiamata Pentedattilo, sembrava una mano con le sue cinque dita puntate verso il cielo. Fu tra le fessure della roccia e ingannevoli altipiani che Giuseppe Garibaldi e il suo esercito di camicie rosse affrontarono la battaglia più dura per liberare l’Italia dal regime borbonico. Durante la battaglia d’Aspromonte, nel settembre del 1862, l’avanzata di Garibaldi subì una battuta d’arresto; venne colpito al tallone ma sopravvisse e marciò verso nord per continuare la sua impresa. L’area divenne parco nazionale. In questa zona molti villaggi sono d’origine greca: Roghudi, stretta in una sella tra due picchi di montagne; Chorio, Roccaforte, villaggi distrutti dai terremoti: quattro livelli di case di mattoni senza intonaco, tipo le baracche di legno degli Appalachi degli anni ’50. Oltre le case, la chiesa e quel che rimaneva delle fondazioni di un castello normanno che si stagliavano contro la roccia grigia.
Scilla E’ la testa di un drago che emerge dall’acqua. Ai tempi di Omero si pensava che fosse causa di una serie di mulinelli e che doveva trovarsi nel punto più stretto tra la Calabria e la Sicilia. Uliveti a perdita d’occhio e arance, fichi, cipolle, carciofi… ma si sente parlare poco di questi prodotti. si potrebbero formare associazioni, mettere insieme i campi e produrre una quantità massiccia di olio d’oliva, che è corposo e verde!! E invece no, i Calabresi sono all’antica, si rifiutano di cambiare! A New York ci sono tanti negozi che vendono prodotti alimentari calabresi e vantano la loro origine biologica.
La festa della Madonna di Porto Dai balconi pendevano coperte fatte a mano, tessute con il tipico motivo gimiglianese a spina di pesce, alcune rosse e gialle, altre bianche e rosse. La processione cantava l’Ave Maria mentre il quadro, alto un metro e mezzo dell’Achiropita scendeva le scale. Gli uomini che portavano il quadro non si riuscivano a vedere e si aveva l’impressione che la Madonna stesse fluttuando. La banda suonava… e la processione girava intorno alla piazza. Poi la Madonna fu rivolta verso la folla e tutti trattennero il fiato. La processione riprese il cammino per raggiungere Gimigliano Superiore attraverso lussureggianti boschi di castagni e di ciliegi dalle foglie rosse. Le donne più anziane cantavano, giovani madri spingevano i passeggini insieme ai mariti, gli uomini anziani tenevano le mani incrociate dietro la schiena. Poi arrivò il momento della “cunfrunta”, quando la statua di San Giuseppe, custodita nella Chiesa della Madonna di Porto durante l’anno, si incontra con la Vergine sugli scalini della chiesa. Le statue raggiunsero la cima della scalinata, la Vergine proseguiva ondeggiando tra due ali di folla, la banda smise di suonare mentre Giuseppe e Gesù Le andavano incontro. Ci fu una rapida corsa, raggiunsero Maria e si chinarono per salutarla. La folla esultò. Io pensai a mia nonna che quarant’anni prima partecipava a questo rito, vidi mia madre che si asciugava gli occhi con un fazzoletto bianco e, sotto un castagno, dietro di lei c’era mio padre che si asciugava gli occhi con l’avambraccio. Per me l’incontro tra Giuseppe, Gesù e Maria rappresentava l’incontro con la mia famiglia!

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Bu Carmela Costanzo, autrice

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Carmela Costanzo
CircaCarmela Costanzo

Docente - Socia fondatrice dell'Associazione culturale Nòstos - poetessa Altri articoli

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